La sostenibilità è una vera e propria evoluzione di pensiero


La nostra CSR Piera Francesca Solinas, ha presentato i risvolti ambientali, economici e sociali della sostenibilità durante il corso Green Fashion: "Necessità e strumenti per una moda sostenibile", organizzato dalla Fondazione Fashion Research Italy 

In occasione del corso è stata intervistata dalla giornalista Valeria Battel. Durante l'incontro Piera Francesca Solinas ha spiegato come le aziende di moda e della filiera stanno affrontando un cambiamento molto delicato per prepararsi al futuro del mercato e della società.

Intervista con Piera Francesca Solinas 

Cosa pensa della crescente importanza che lo Slow-fashion sta assumendo?

Lo slow fashion è diventato un importante modello di business per chi ha a cuore i valori della sostenibilità e della consapevolezza. Rivolge infatti l’attenzione alla creazione – tramite processi eco sostenibili – di prodotti che abbiano un adeguato rapporto qualità/prezzo, che siano durevoli nel tempo in un’ottica di fidelizzazione del consumatore e che possano, una volta assunto il proprio compito, essere riciclati a nuove destinazioni d’uso. Al contrario, il concetto moderno di fast fashion, che attualmente regola il calendario di produzione della maggior parte delle grandi aziende, è quello di alimentare la domanda del pubblico tramite una produzione massiva studiata per incentivarne continuamente gli acquisti. Questo modo di pensare, purtroppo, spesso va a discapito di coloro che lavorano alla realizzazione di questi beni di consumo traducendosi in una riduzione sempre maggiore del ricavo economico e ad una frenesia nella produzione che non lascia abbastanza margine alla ricerca di metodi eco sostenibili.

Quali sono, a suo avviso, i compiti fondamentali delle imprese per lo sviluppo sostenibile?

Le aziende devono tener conto dell’impatto – sociale, finanziario, ambientale – che hanno nel tempo in vari ambiti della nostra vita. Un’azienda sostenibile è un’azienda che comprende l’importanza non solo del rispetto dell’ambiente nei propri processi produttivi, ma anche del concetto di restituzione alle comunità con le quali opera e lavora.
Ad esempio, Filmar, l’azienda per la quale ricopro il ruolo di Senior Expert Sustainability e CSR, non solo si impegna attivamente per integrare i processi green nel proprio core business, affiancando una moltitudine di competenze non prettamente inerenti al tessile a quelle di esperti del settore, ma si adopera anche a livello filantropico promuovendo la sostenibilità della filiera tessile attraverso convegni e workshop in istituti scolastici e aziende. Io credo in questi temi e molte aziende in Italia e in Europa stanno facendo sforzi importanti, ma per avere risultati efficaci non basta l’impegno dei singoli se non è supportato dal sistema.
A mio avviso, comunque, la sostenibilità non è da vedersi a compartimenti stagni ma è un insieme di processi che si integrano considerando non solo l’ambiente, ma anche la persona e lo sviluppo socioeconomico.
In quest’ottica non basta che le industrie capiscano l’importanza di sviluppare processi produttivi che prevedano non solo l’uso di fonti di energia rinnovabili ed una significativa riduzione nell’uso di prodotti chimici e di acqua, ma è necessario anche formare i contadini aiutandoli nell’adozione di nuove tecniche a basso impatto ambientale. Si inizia con piccoli passi per migliorare nel tempo e riuscire così a creare una vera e propria evoluzione di pensiero.
 
Filmar è leader nella produzione e nobilitazione di filati a base cotone di altissima qualità: è possibile ripensare un prodotto completamente sostenibile?

La domanda di sostenibilità sta crescendo da parte di quei brand che hanno un forte collegamento con il mercato e quindi con il cliente. Il problema ancora presente è il price sensitive, ovvero far comprendere al consumatore il motivo del divario che esiste tra il prezzo di un prodotto sostenibile e quello di uno legato alla produzione di massa.
Il cotone biologico ha ancora una differenza di prezzo sostanziale rispetto ai suoi competitors e viene, per ora, considerato ancora un prodotto di nicchia. Esistono già molte iniziative, incentivate dalle Nazioni Unite e da grandi organizzazioni, per rendere il cotone sempre più sostenibile, ma si tratta di un processo molto complesso che coinvolge tutta la filiera produttiva.

Rispetto all’Agenda 2030 dell’Onu, come valuta la situazione attuale in Italia e in Europa?

Il modello economico europeo e italiano si basa fondamentalmente sulla piccola e media impresa che spesso, data la dimensione ridotta del proprio organico, non ha le competenze in house né è in grado di sostenere economicamente la consulenza di esperti esterni che possano aiutarla ad evolversi verso gli obiettivi prefissati dall’Agenda 2030.
Una delle soluzioni possibili sarebbe quella di adottare un modello di eco-design che preveda la circolarità dei materiali, cosa che già è una consuetudine in alcuni paesi del nord Europa.
Un altro punto indispensabile per la realizzazione di questi obiettivi sono precise politiche aziendali di condivisione delle risorse e delle conoscenze con tutta la filiera, che, soprattutto nel settore tessile, parte dai coltivatori che molto spesso si trovano nelle parti meno ricche del mondo.
Filmar, per esempio, si impegna da diversi anni in un processo di internalizzazione, in particolare con l’Egitto, tramite il progetto Cottonforlife che prevede una collaborazione diretta tra l’azienda italiana, l’UNIDO (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale) istituti di ricerca ed i coltivatori egiziani. Favorendo uno scambio di informazioni volte a migliorare la qualità del prodotto e della vita della comunità attraverso corsi di formazione organizzati in collaborazione con le Istituzioni locali. Portiamo inoltre avanti un progetto di cultural integration&awareness con lo scopo di incentivare la conoscenza reciproca delle due culture, in modo da rafforzare i legami già esistenti per una collaborazione sempre più etica e solidale.

La proiezione verso una moda sostenibile si può scontrare con l’incertezza generata dal Covid-19?

A causa del Covid-19, il tessile a ha avuto un forte rallentamento provocato dall’interruzione degli approvvigionamenti e dei consumi, e ad oggi si cerca di affrontare questa incertezza economica diffusa day by day.
Ritengo che un rinnovamento globale post pandemia si renderà forse ancora più necessario alla luce di quanto sta accadendo oggi nel mondo: la creazione di un network di persone che collaborano allo scopo comune di accrescere la sostenibilità produttiva che non soltanto potrà portare nel lungo periodo ad un ritorno economico maggiore, ma creerà anche una rete di partnership consolidate all’interno della filiera destinate a generare un fattore di resistenza determinante in periodi di shock come questo.

Intervista tenuta da:

Valeria Battel

Giornalista pubblicista e docente di Storia del Costume e della Moda, Metodologia progettuale e Fashion Marketing presso NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, ha maturato una lunga esperienza nell’ambito delle tendenze moda grazie alle collaborazioni con David Shah per PantoneVIEW e Textile VIEW, ed al progetto trendingnow.fashion di cui è co-fondatrice. Parallelamente ha svolto per anni l’attività di giornalista freelance per numerose riviste italiane ed internazionali di moda e costume, occupandosi anche di styling per servizi e redazionali, e per Camera Nazionale della Moda Italiana all’interno di iniziative legate alla Milano Fashion Week.